martedì 27 giugno 2017

HUAWEI P9 LITE

Huawei P9 Lite è un smartphone di buon livello, in grado di soddisfare anche l’utente più esigente. Dispone di un enorme display  da 5.2 pollici con una risoluzione di 1920×1080 pixel. A questo Huawei P9 Lite non manca davvero nulla. A dal’ LTE 4G che permette un  una navigazione in internet eccellente e un trasferimento dati eccellente, passando per la connettività Wi-fi e il GPS.
Questo Huawei P9 Lite è un prodotto con pochi competitor per ciò che riguarda la multimedialità grazie alla fotocamera da ben 13 megapixel che permette al Huawei P9 Lite di scattare foto di alta qualità con una risoluzione di 4208×3120 pixel e di registrare video in fullHD alla risoluzione di 1920×1080 pixel. Lo spessore di 7.5mm è veramente contenuto e rende questo Huawei P9 Lite ancora più spettacolare.La batteria dura di più rispetto al P9 normale,è dotato dell’ impronta digitale che funziona 10 volte su 10!Al giorno d’ oggi ,dopo un anno di uscita di questo telefono i prezzi sono calati ,il P9 lite si può trovare a 190/200 euro,che per un device di fascia medio-alta è un prezzo incredibile

sabato 22 aprile 2017

martedì 28 febbraio 2017

Isabella di Morra

Isabella di Morra, nota anche come Isabella Morra (Favale1520 circa – Favale1545/1548), è stata una poetessa italiana. Lontana da accademie e salotti letterari, visse sotto la prepotenza dei fratelli che la segregarono nel castello di famiglia, dove si occupò della sua produzione letteraria. La sua breve vita, contrassegnata da isolamento e tristezza, si concluse con il suo assassinio da parte degli stessi fratelli a causa di una presunta relazione clandestina con il barone Diego Sandoval de Castro. Sconosciuta in vita, Isabella di Morra acquistò una certa fama dopo la morte per la sua tragica biografia ma anche per la sua poetica, tanto da essere considerata una delle voci più autentiche della poesia italiana del XVI secolo. Non si conoscevano notizie documentate inerenti alla sua vita fino a quando Marcantonio, figlio del fratello minore Camillo, non pubblicò una biografia della famiglia Morra dal titolo Familiae nobilissimae de Morra historia, nel 1629. Isabella, assieme al fratello Scipione, poco più grande di lei o forse gemello,[7] venne educata dal padre, uomo colto e amante della letteratura, che le trasmise l'amore per la poesia.All’ epoca di Francesco I di Francia,il fratello Scipione seguì il padre a Roma, dove rimase per approfondire gli studi; l’ambasciatore francese presso la Santa Sede ebbe occasione di ammirarlo e lo portò con sè, raggiungendo il padre a Parigi,mentre Isabella rimase con la mamma. Isabella ebbe modo di stringere una corrispondenza segreta con Diego Sandoval de Castro, poeta di origine spagnola e barone del vicino paese di Bollita (oggi Nova Siri). Scoperto il supposto intrigo amoroso, i fratelli di Isabella uccisero prima il suo istitutore. Secondo il racconto del nipote Marcantonio, gli aguzzini sorpresero Isabella con le lettere tra le mani ancora chiuse, la quale si difese dicendo che erano state inviate dalla Caracciolo, ma ciò non bastò a placare la loro ira. Isabella venne pugnalata a morte.  Due di essi fuggirono per breve tempo in Francia poichè ricercati dalla Gran Corte della Vicaria ma si riunirono ben presto per terminare la vendetta contro Don Diego il quale, temendo che la loro furia si abbattesse anche su di lui, reclutò invano una scorta. I tre assassini, con l'aiuto di due zii Cornelio e Baldassino, probabilmente spinti anche dall'odio verso gli spagnoli. Pochi anni dopo la morte di Isabella, il libraio napoletano Marcantonio Passero scoprì casualmente le poesie nei suoi stipati scaffali e, incuriosito dal personaggio della rimatrice e dalle sue vicissitudini, le affidò allo scrittore Ludovico Dolce, il quale le inserì nel terzo libro che raccoglieva le Rime di diversi illustri signori napoletani (Venezia, Giolito, 1552); furono apprezzate dall'ambiente letterario del tempo. Ad oggi l'opera di Isabella, nonostante l'impronta petrarchista, è considerata originale rispetto alla lirica del suo tempo, tanto da assumere alcuni connotati che saranno propri del barocco e, in particolare, del romanticismo.Viene citata come precorritrice delle tematiche esistenziali care a Giacomo Leopardi, tant'è che alcuni studiosi ritengono che lo stesso poeta fosse non solo a conoscenza dei suoi versi ma anche ne avesse tratto ispirazione.

martedì 21 febbraio 2017

RECENSIONE "J-AX IMPERFETTA FORMA"

J-AX “IMPERFETTA FORMA”
CARI LETTORI,QUALCHE GIORNO FA HO FINITO DI LEGGERE IL LIBRO DI J-AX IMPERFETTA FORMA,QUESTO è UN LIBRO BIOGRAFICO.
ALESSANDRO IN QUESTO LIBRO RACCONTA LA STORIA DELLA SUA VITA,PARTENDO DA QUANDO ERA PICCOLO,CHE ERA OFFESO DAI BULLI perché ERA BRUTTO  E POVERO,ERA CONSIDERATO ANCHE IN CLASSE SUA UN MASCHIO BETA….QUESTO GLI DAVA FASTIDIO,perché J-AX CREDEVA A TUTTO QUELLO CHE GLI SI DICEVA. INIZIò A LAVORARE PRESSO IL SUPERMERCATO DOVE LAVORAVA SUA MADRE,DOPO INIZIò A FARE IL PONY EXPRESS (IL CORRIERE),INFINE PRIMA DI DIVENTARE UN RAPPER ,INIZIO A LAVORARE PER UNA BANCA A MILANO 2.FINALMENTE INCONTRò JAD E FONDARONO IL FAMOSISSIMO GRUPPO “ARTICOLO 31”…J AX IN QUESTO TEMPO FECE DI TUTTO PER FAR PASSARE LA SUA MUSICA A RADIO DJ….FECERO MOLTI DISCHI…UNA LORO CANZONE ANDò A FINIRE IN UN FILM AMERICANO!!!J-AX POI PRESE UNA DICISIONE ….VOLEVA DIVENTARE UN SOLISTA. COSì ENTRAMBI  ABBANDONARONO  GLI ARTICOLO 31….SCRISSE MOLTI DISCHI NELLA CASA DISCOGRAFICA “BEST-SOUND”…ASSIEME A NEFFA, FECERO IN 5 MESI UN DISCO..GRAZIE A NEFFA J-AX HA CAPITO MOLTE COSE …AD UN CERTO PUNTO SI RESE CONTO CHE IN QUELLA CASA DISCOGRAFICA DOVEVA ORGANIZZARE TUTTO LUI,COSì FONDARONO NEWTOPIA ASSIEME A FEDEZ. J-AX DICE CHE IN TUTTI I DISCHI CHE FA VUOLE RISCHIARE....MA ALLA FINE FA SEMPRE DISCHI TOP!QUESTA è LA STORIA DI UNO SFIGATO DI SUCCESSO.



FRANCESCO PIO SANTARSIERO

domenica 19 febbraio 2017

ECCO COSA HA SCRITTO LO ZIO AX

Oggi ragazzi ho finito di leggere la bibbia del rap italiano.. il libro dello zio...La storia di uno sfigato di successo,che da piccolo era maltrattato dai bulli del suo paesino.Ha iniziato a fare rap in Italia quando nessun italiano nn sapeva che cos'era il rap.....J-AX per i giornalisti era finito a 30 anni... Infatti lui senza le critiche degli haters non c'è l'avrebbe mai fatta.Lo zio dice sempre che in tutto quello che fa ama rischiare.Questo è la storia di un uomo che da un pony express è diventato il papà del rap italiano ...Grande zio J-Ax

venerdì 17 febbraio 2017

TUTTI GLI INDOVINELLI DELLA NOSTRA MAGNIFICA LUCANIA

Nei tempi passati, quando ancora non c’era la televisione, spesso, soprattutto nelle lunghe serate d’inverno, le famiglie del vicinato si raccoglievano dopo cena a casa di una di loro e si intrattenevano a parlare del più e del meno, dell’ultimo pettegolezzo del paese, o a riesumare vecchi fatti del passato o vicende di guerra. C’era anche un modo più dotto di intrattenersi, come quello di raccontare ed ascoltare storie o di recitare indovinelli.
   Sì, anche indovinelli, di quelli improvvisati da un buontempone dalla fantasia un po’ sbrigliata, o quelli del repertorio tradizionale, tramandato dagli Antichi. Quasi tutti assai pepati, ispirati alla licenza dei versi fescennini degli antichi italici, con allusioni pesanti. In realtà non sono licenziosi, in quanto la risposta è sempre qualcosa di diverso  da quella che l’ascoltatore improvvisa sul momento.
   Ad Accettura vengono solitamente chiamati cose cuesèlle, in quanto tutti sono contenuti in una formula stereotipata che suona così: Sacce na cosa cuesèlle, tanta fĕne e tanta bèlle; poi si recita l’indovinello composto da un distico a rima baciata, e si termina con l’interrogativo: ccè iè? Riportiamo il primo indovinello per intero, mentre gli altri vengono riportati solo nel testo essenziale.





          Sacce na cosa cuesèlle / tanta fĕne   e tanta bèlle.
          Iè llònghe e llésce / a tine mmane quanne pésce.

          Ccè iè?

(so una cosa cosella / tanto fina e tanto bella. / E’ lunga e liscia / la tieni in mano quando fa la pipì. / Cos’è?). L’ascoltatore immediatamente pensa all’organo maschile e, preso dall’imbarazzo, si mostra titubante a dare la risposta. Nel frattempo  interviene il proponente, che sorridendo e con fare sornione dice: “No, non è quella cosa... E’ la bottiglia”.

         Vaie còssa còsse, / cchio vaie e cchio s’engròsse.
 (va lungo la coscia / più va e più s’ingrossa). Anche qui il primo pensiero corre a qualcosa di innominabile. Ma no, è semplicemente il fuso, che viene strofinato sulla coscia per dargli i giri giusti. Più viene strofinato, più giri fa e più s’ingrossa per il filo che vi si raggomitola intorno.

          Špònte u vrachettone / e ièsse u battaglione.
 (apro la cerniera dei pantaloni e viene fuori il battaglione). E’ la pannocchia di granoturco, che, allorquando viene spogliata delle foglie che l’avvolgono, vengono fuori i chicchi del cereale.

          A ‘ccepréuete de Calvidde /  téne le pĕle mbònte a aueccidde.
(l’arciprete di Calvello / tiene i peli sulla punta dell’uccello). Si tratta anche qui della  pannocchia di granoturco avvolta dalle foglie verdi, che ha  alla punta un pennacchio di filamenti marroncini.

          A ‘cceprèuete de Stegghiane / tutt’a nòtte a téne mmane.
(l’arciprete di Stigliano / tutta la notte la tiene in mano). E’ l’anello pastorale.

          Quande a mitte iè bèlla tésa / quanne a live iè ca stézze mbronte.
(quando la metti è bella tesa / quando la togli è con la goccia alla punta). E’ la pasta di spaghetti.

          Nu palme de carna cuerĕde / vaie da iéndre e nnon s’appauĕre.
(un palmo di carne cruda / va dentro e non ha paura). E’ il pugno chiuso della donna che va nella pasta quando impasta il pane).

          Lécche e mberlécche  / sèmbe nguĕle ta fécche.
(lécche e mberlécche / sempre nel di dietro te la ficco). E’ il filo che si mette nella cruna dell’ago.   

          Segnore e villane, ci u téne rotte e ci u téne sane.

 (signore e villane chi lo tiene rotto e chi lo tiene sano). E’ il ditale del sarto.


          Pĕle che ppĕle s’anà accuecchià, /  le cose da notte ama scè fare.
(pelo con pelo si devono unire / le cose della notte dobbiamo andare a fare). Sono le ciglia degli occhi.

          Nnante s’ accòrce / ddréte s’allònghe.
(davanti s’accorcia / dietro si allunga). E’ la strada.

          Ta mètte nguĕle /  e me  dĕce grazzie.
(te la metto sotto il sedere / e mi dici grazie). E’ la sedia.

          Cinte frate  se vanne nguĕle l’ene l’ate.
(cento fratelli se la mettono nel sedere l’un l’altro). Sono gli embrici del tetto.

          U iurne ca vòcca chiose / a nòtte ca vocche apèrte.
(il giorno con la bocca chiusa / la notte con la bocca aperta). Il primo pensiero corre all’organo sessuale femminile. Invece sono le scarpe.

          Gire geranne, vote vetanne / faie codde servézzie e poie ti ripose.
(gira girando, avvita avvitando / fai quel servizio e poi ti riposi). E’ la chiave.

   Il seguente indovinello l’ho appreso da una donna originaria di Rotondella che vive da parecchi anni ad Accettura. Lo riporto in quanto contiene tutti i motivi un po’ spinti degli altri indovinelli.
          Aueze a settane dònna galante, / te l’aggia mètte totta quande.
(alza la sottana donna galante / te la devo mettere tutta quanta). E’ l’iniezione.
  

 
        Papra papre ca vaie che ngase / quaranta déšte e dĕie nase.
(papera papera che va per la casa / quaranta dita e due nasi). E’ la donna incinta.

          Quanne vaie, vaie rerènne, / quanne véne, véne chiangènne.
 (quando va, va ridendo; quando viene, viene piangendo). E’ u tragne, il secchio che con una lunga fune viene buttato giù nel pozzo dal pastore per attingere acqua. Quando va giù, essendo vuoto, emette dei rumori che sembrano scoppi di risate. Quando sale strapieno d’acqua, le gocce abbondanti che cadono da ogni parte dell’orlo sembrano lacrime.

          Iè quante nu hadde / ne pòrte cinte a cavadde.
 (è quanto un gallo, ne porta cento a cavallo). E’ la pianta del cece, che in altezza è quanto un gallo. I suoi cento cavalieri sono  i baccelli maturi.

          Sope nu tempetidde ng’è nu ciavarridde cu cappidde.
(sopra una collinetta c’è un cornutello con il cappello). E’ il fungo.

          Sope nu tempetidde / ng’è na morre de ciavarridde,
          vaie u mercante  / e se l’accarre totte nnante.
(sopra una collinetta c’è un gruppo di cornutelli, / va il mercante e se li porta tutti avanti). E’ lo “scaraturo”, il pettine con le punte strette che serviva nel passato per disinfestare i capelli dai pidocchi.

          Nòn téne vòcche e parle/ nòn téne hamme e camĕne.
(non tiene bocca e parla / non tiene gambe e camina). E’ la lettera.
 
          Quanne vaie vaie ianghe / quanne véne véne rosse.
(quando va va bianco / quando viene viene rosso). E’ il pane.

          Nda végne de mammaranne / ng’è na percedozze tésa tése.
(nella vigna della nonna / c’è una porcellina tesa tesa). E’ la zucca.

          Da iéndre na stadde / nge sò tante cavadde ianghe,
          nge n’è uĕne rosse / ca méne càuece a totte quande.
(dentro una stalla ci sono tanti cavalli bianchi, / ce n’è uno rosso che sferra calci a tutti quanti). I cavalli bianchi sono i denti, il cavallo rosso è la lingua.

          Nòn è ciocce e téne u mmaste / non è voie e téne le còrne.
(non è asino e porta il basto, / non è bue e tiene le corna). E’ la chiocciola.

          Dĕie lecinte, dĕie penginte, / quatte mazzòcle e na šcope.
(due lucenti, due pungenti, / quattro mazzuole e una scopa). E’ il bue, con due occhi luccicanti, due corna pungenti, quattro zampe che sembrano delle mazzuole, e una coda che rassomiglia a una scopa.

          Sò quatte iašcarèdde / stanne vòcche sòtte e nòn se scèttene.
(sono quattro fiaschetti / stanno con la bocca giù e non si versano). Sono le mammelle della mucca.

          Sope na case / ng’è na špòrte de cerase.
(sopra una casa c’è una sporta di ciliege). Sono le stelle.

          Sope na case / ng’è na pèzze de šmalte.
(sopra una casa / c’è un pezzo di smalto). E’ la luna.

          Sòtte u pònte de bèllante / ng’è na rònde vèrgantine.
          U fègghie du rrè nòn già ndevĕne.
(sotto il ponte di Bellante / c’è una ronda vergantina. / Il figlio del re non l’indovina). Il testo è corrotto e poco comprensibile. Si tratta comunque dell’anguilla, che vive nelle pozze d’acqua del torrente sotto il  ponte e che ha la forma di una piccola verga.

          Mbrósteme u metandì / fine ca vaue a metangà.
          Dope metangate / tu retòrne arréte ngase.
(prestami il mutandì / fino a che vado a metangà. / Dopo aver metangato, / te lo riporto di nuovo a casa). Anche questo indovinello contiene termini corrotti o disusati. Si tratta del lievito per impastare il pane che viene prestato e poi restituito.

          L’attane iè de lèuene, la mamme iè de spĕne,
           a fégghie iè na reggĕne.
(il padre è di legno, la madre è di spina / la figlia è una regina). E’ la castagna.

          Sètte e òtto / iè sotte nu cappòtte.
(sette e otto / è sotto un cappotto). E’ l’arancia, con allusione ai vari spicchi.

          Nda nu fasciatĕre / nge sò dice creiatĕre.
(dentro un fasciaturo / ci sono dieci creature). Anche qui è l’arancia.

   Un indovinello l’ho già riportato nel capitolo 10.9, al quale rimando per la risposta:
            Nòn tèngue acque e vĕve acque,
            si tenèsse acque me vevèsse u mire
(non tengo acqua e bevo acqua, se tenessi acqua berrei il vino). Il mulinaio dei tempi passati che usava il flusso d'acqua dei torrenti per far girare i macchinari. 

PROSA LUCANA


PROSA LUCANA
GENTE LUCANA
Addonne la sconto
la canosco subbito dda facci,
si è 'nna facci nosta,
re gente re Lucania.

Dda facci
porta stampati inta l'uocchi
e segnati 'ncoppa le mmano
le pene e l'affanni
ca ra megliara r'anni
se port'accovati 'mpietto.

Scurnuso,
inta ddi silienzii suoi
tene 'mmescati
ruluri e speranze.

Li cieli, le terre, li sapuri,
le feste, li lutti, l'amuri,
sempe se port'appriesso
inta la sacca
ca sulo iddo
nge pòte rozzolà.

So' 'mmiriane
ca re sfilano ppe 'ncapo
com'à li grani re 'nno rosario
e se stampano 'nfacci
e chi lo tenemente
nun sape mai
si chiange o si rire.

Tène l'uocchi ruci
tène la facci aperta, puri si è scura.
E' la facci re gente re Lucania
ca se 'mpotào cca
venenno ra terre lontane,
tanto lontane.

INDOVINELLI LUCANI


INDOVINELLI LUCANI
   Nòn téne vòcche e parle/ nòn téne hamme e camĕne.
(non tiene bocca e parla / non tiene gambe e camina). E’ la lettera.
   Papra papre ca vaie che ngase / quaranta déšte e dĕie nase.
(papera papera che va per la casa / quaranta dita e due nasi). E’ la donna incinta.
     Sope na case / ng’è na pèzze de šmalte.
(sopra una casa /    Sètte e òtto / iè sotte nu cappòtte.
(sette e otto / è sotto un cappotto). E’ l’arancia, con allusione ai vari spicchi.
 Nda nu fasciatĕre / nge sò dice creiatĕre.
(dentro un fasciaturo / ci sono dieci creature). Anche qui è l’arancia.
 Iè quante nu hadde / ne pòrte cinte a cavadde.
 (è quanto un gallo, ne porta cento a cavallo). E’ la pianta del cece, che in altezza è quanto un gallo. I suoi cento cavalieri sono  i baccelli maturi.
 Segnore e villane, ci u téne rotte e ci u téne sane.
 (signore e villane chi lo tiene rotto e chi lo tiene sano). E’ il ditale del sarto
Quande a mitte iè bèlla tésa / quanne a live iè ca stézze mbronte.
(quando la metti è bella tesa / quando la togli è con la goccia alla punta). E’ la pasta di spaghetti.

PROVERBI LUCANI

DETTI E PROVERBI LUCANI
A stizz a stizz s'accoglie 'a iumara.
"Goccia a goccia si forma la fiumara". Le grandi imprese vengono realizzate a piccoli passi.
Addò t' n' vin' ca' so' c'podd.
"Da dove vieni, che qui sono cipolle". Modo di dire riferito a chi dice qualcosa del tutto fuori tema.
'A bella figliòla nun manca 'nnammurato.
"Alla bella ragazza non manca il fidanzato". Per le donne (e gli uomini) di bell'aspetto non è difficile trovare qualcuno che si possa innamorare di loro.
Chi magna ra sul s'affoca.
"Chi mangia da solo si strozza". Un invito e un monito a non essere egoisti ed avari.
Fa male e penza, fa ‘bbene e scorda.
Fai del male e pensaci, fai del bene e scordatelo. Far del bene dovrebbe essere un'azione talmente naturale che non bisognerebbe nemmeno ricordarsi di quando lo si è fatto. Allo stesso modo se viene compiuta un'azione cattiva sarebbe opportuno fare un'attenta riflessione, onde evitare di ripetersi nuovamente.

venerdì 3 febbraio 2017

Trama del libro :Giulia che pedala





Trama: La storia accade nel paese di Pergamena, dove si trova la Cartiera Ricci&Capricci dove lavorano le mamme di: Betta, dieci anni, e Giulia, tredici anni. È Agosto ma le vacanze al mare per loro sono ancora lontane. Fino a questo punto la storia è normale . In realtà, invece, le mamme delle due amiche al lavoro si chiamano direttore Giorgio  e vicedirettore Marco indossano pantaloni e cravatta, barba e baffi. Ogni mattina impiegano molto tempo per travestirsi e diventare uomini. Ma questo lo facevano sol per poter lavorare in Cartiera, alle dipendenze del Commendator Pasquale, industriale e artista di dubbie capacità, che detesta le donne. Le due ragazze trascorrono insieme molte ore, in attesa del ritorno dal lavoro delle loro madri che sembrano dei padri…anche se per fortuna queste 2 ragazze hanno due papà “normali”, e si divertono ad andarsene in giro in bicicletta. Ad un certo punto anche Giulia sarà costretta a travestirsi da maschio per partecipare alle Saette Volanti, una gara di bicicletta, e diventerà Fausto, con tanto di peli finti e di un bel baffo sotto il naso

COMMENTO :Di questo libro mi è piaciuto il fatto che le mamme delle povere ragazze si travestivano da papà!!Il resto non mi ha colpito molto

martedì 31 gennaio 2017

ECCO I LIBRI CHE MI HANNO COLPITO OGGI (31/1/2017)

Cari lettori,ecco i libri che oggi mi hanno colpito di più
Al primo posto abbiamo :
-In perfetta forma del rapper milanese J-AX
 Poi al secondo posto ,abbiamo una novità
-Io,me e me stesso del gamer Cicciogamer89

Spero che questi 2 libri vi piacciono,li trovate come sempre su :Amazon.Ebay,Ibs ecc...

Buona lettura

Blog e canale Instagram in aggiornamento